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Fibre naturali di origine animale

CASHMERE

La lana di Cashmere, o Kashmir o Cachemire, viene prodotta da capre originarie della medesima regione asiatica, area caratterizzata da condizioni climatiche decisamente inospitali.
Tale filato, il cui valore è secondo solamente all’ancor più sottile lana di vigogna, è di una qualità unica e d’inestimabile pregio grazie alle sue caratteristiche di estrema morbidezza, leggerezza e alla straordinaria capacità di proteggere allo stesso modo dal freddo e dal caldo.
Queste caratteristiche innate del cashmere derivano dalla struttura stessa del filato. Esso è, infatti, il sottovello fioccoso, fine e soffice che la capra produce dalla metà dell’estate fino alla fine dell’inverno a livello dell’addome. Il diametro del singolo filato è straordinariamente sottile, non superando i 18 micron, decisamente inferiore a quello della pur pregiata lana Merinos che non scende sotto i 24 micron di diametro. Il potere isolante del cashmere può, inoltre, essere dieci volte maggiore rispetto a quello della comune lana.
Il cashmere, così straordinariamente caldo e leggero, è purtroppo prodotto in quantità ridottissime da ogni singola capra dalla quale, anche nelle migliori condizioni, non si arriva a ricavarne più di 200-250 grammi a tosatura. Il sottovello, o duvet, cresce caratteristicamente fintanto che le giornate si accorciano, mentre smette di farlo all’allungarsi delle giornate. Per questo motivo i pastori nomadi radunano le greggi per la tosatura in maggio, quando ormai il sottovello non si sviluppa più e si predispone alla muta.
Pur essendo il cashmere più pregiato proveniente dalla Mongolia, è necessario fare delle ulteriori distinzioni in merito alla sua qualità. Condizioni climatiche particolarmente ostili, grandi sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte, fattori genetici, il sesso maschile e la giovane età sono tutti fattori predisponenti alla produzione di un cashmere di ottima qualità, destinato alla filatura delle più pregiate Pashmine, maglie o sciarpe. Anche la sua lunghezza, oltre al suo spessore, incide nettamente sulla qualità del prodotto finito. Infatti, tanto più lunghe saranno le singole fibre, anche fino ai 60 mm, tanto più difficilmente la sciarpa o il maglione saranno soggetti al fenomeno del “pilling”, cioè la fastidiosa formazione di piccole palline nelle aree di maggiore usura del capo. Questo fenomeno, infatti, accade quando, indossato il capo, il calore del corpo tende ad allargare le fibre, con conseguente fuoriuscita dal tessuto di quelle corte o intermedie che tendono ad arrotolarsi su loro stesse. Così, anche il capo del più puro cashmere, ma non del cashmere più pregiato dalle lunghe fibre, può essere soggetto a questo inconveniente.


VIGOGNA

La Vicugna vicugna, più conosciuta col nome di Vigogna, è un piccolo camelide andino, già noto al tempo degli Inca e ritenuto da questo popolo un dono del Dio Sole per il prezioso mantello di cui era ricoperto e che veniva destinato esclusivamente alla produzione degli abiti reali. Per fare questo, essendo la vigogna un animale mai domesticato, gli esemplari venivano catturati ogni quattro anni dal popolo Inca  durante la cerimonia detta “Chaccu”, “recinto di caccia” in lingua quechua. Qui gli animali erano tosati, femmine e cuccioli rimessi in libertà, maschi anziani e capi malati uccisi per la carne.
Tale procedura, che assicurava al re “la fibra degli Dei” per le proprie vesti, non rappresentava per la specie una minaccia. Ma la bellezza del suo mantello, il pregio del filato, superiore anche allo stesso cashmere, spinsero i primi conquistadores spagnoli ad una caccia indiscriminata di questo animale per avene facilmente la lana.
Nonostante i numerosi decreti reali e governativi che tentavano di proteggere la specie, sempre meno numerosa, da tale barbarie, i bracconieri continuarono per secoli a cacciarla senza alcuna regola, fino a che negli anni ’60, rimastine in vita solamente 5000 esemplari, la Vigogna venne ufficialmente iscritta dal CITES nel registro degli animali in estinzione, necessitanti del massimo grado di protezione.
Così, ristabilitosi nei decenni un numero adeguato di animali, sopravvissuti e protetti in enormi riserve, dal 1994 la vendita di pellicce e cappotti di lana di Vigogna è tornata legale e le comunità andine hanno ricevuto dal Governo l’usufrutto delle riserve da cui possono ogni due anni catturare animali per la sola tosatura, sotto il rigido controllo delle autorità..
E così la Fibra degli Dei è tornata a vestire i più fortunati, considerando il prezzo di questo filato che, se della migliore qualità, può arrivare a costare anche 650 dollari al chilo.
Questo a causa, oltre che della sua rarità, anche della sua straordinaria leggerezza e dell’incredibile finezza, che può andare dai 10,8 micron agli 11,4 micron di diametro, decisamente minore rispetto anche al cashmere più sottile che non scende sotto i 14 micron.
Anche in questo caso, come per il cashmere, è lo strato di lanugine più aderente alla cute, sottostante il vello superficiale e grossolano, ad essere  la porzione del mantello con attività effettivamente termoregolatrice; sarà quindi essa  ad essere così ambita e commercializzata a così alti prezzi.
L’animale adulto produce questa lana in quantità estremamente ridotte, in media  250 grammi ogni due anni, contro i circa 500 grammi della capra del Cashmere o gli 8 chilogrammi di una pecora Merinos. Così, per avere un cappotto di vigogna, è necessario il sottovello di ben 25-30 esemplari adulti, con prezzi che possiamo solamente immaginare.


ALPACA

Gli alpaca, il cui nome scientifico è Vicugna pacos, sono camelidi presenti in Sud America e rappresentano la prima specie addomesticata dall’uomo, ben 4000 anni fa, in Perù. Essi, infatti, erano animali estremamente preziosi per le popolazioni andine, fornendo carne, pelli e, soprattutto, pregiatissima e calda lana, destinata esclusivamente alla vestizione degli imperatori Inca. A seguito delle razzie effettuate nel Paese da parte dei conquistadores spagnoli, la specie rischiò quasi l’estinzione, in gran parte sterminata per lasciare i pascoli ai greggi di pecore dei colonizzatori.
Per salvare i loro preziosi animali, i peruviani li spostarono sugli impervi altopiani di Puno Alta, dove essi solamente erano in grado di sopravvivere. Qui questi animali frugali, grazie al loro folto e caldissimo vello, riuscirono ad ambientarsi molto bene, tollerando perfettamente le imperiose escursioni termiche che caratterizzavano l’alternarsi dei giorni e delle notti in quelle remote terre.
Ad oggi questa specie vive, in condizioni ambientali naturali, ad altitudini di 3500-5000 metri, sulle Ande peruviane, boliviane e cilene.  Soprattutto negli ultimi anni, comunque, gli alpaca sono stati allevati con successo un po’ i tutti i Paesi Europei, compresa l’Italia.
La loro lana, tre volte più resistente di quella di pecora, sette volte più calda e decisamente più leggera  e morbida, viene raccolta mediante tosatura una volta all’anno, in primavera, con l’inizio delle temperature miti. Rispetto a Vigogna e capra del Cashmere, gli alpaca possono essere considerati dei buoni produttori di lana, dato che la femmina ne fornisce circa 2,5 kg a tosatura, mentre i grandi maschi possono arrivare anche a 4 kg. Ma è la  lana dei cuccioli alla prima tosatura, i cosiddetti “Cria”, a rappresentare il prodotto di maggior pregio, più brillante e dalla notevole finezza. Essendo gli alpaca animali molto longevi, che possono vivere  anche una trentina d’anni, essi rappresentano decisamente un buon investimento per gli allevatori, visto che il prezzo al chilo della loro lana più pregiata può raggiungere anche i 200 dollari. 
La lunghezza della fibra di alpaca si aggira attorno ai 200-300 mm e il diametro medio è fra i 16 e i 40 micron. I colori naturali della lana d’alpaca possono essere molteplici, stimati in ben 22 diverse sfumature che vanno dal bianco più candido al nero cupo, passando per tutte le varianti del marrone.
La migliore lana di alpaca, quella che proviene dal dorso dell’animale, è utilizzata per produrre maglioni e sciarpe che, caratteristicamente, oltre ad essere incredibilmente caldi e leggeri, sono molto resistenti: non si sfilacciano, non creano elettricità statica e, soprattutto, non si  infeltriscono perché questa lana, peculiarmente, manca di lanolina.
Inoltre, non presenta assolutamente attività allergenica, per cui può essere anche utilizzata per produrre intimo per neonati.
La lana d’alpaca di qualità più ridotta viene utilizzata per tessere loden, mentre il pelo più scadente foderami, filtri e cinghie.


MOHAIR

La parola “mohair” deriva dall’arabo mukhayyar e significa “scelta”.
Essa, ad oggi, identifica la lana della capra d’Angora, specie di origine turca che ha mutuato il proprio nome dall’antica  città di Ankara.
Questo animale frugale e facilmente gestibile è ad oggi allevato in numerosi Paesi, tra cui spiccano il Sud Africa e gli Stati Uniti, Paese quest’ultimo dove la produzione del mohair è finanziata da sussidi statali sin dalla prima guerra mondiale, quando esso serviva per la produzione di calde uniformi per l’esercito.
La capra d’Angora, originaria di zone particolarmente umide, ha, per selezione naturale, sviluppato un vello estremamente compatto, malleabile ed impermeabile, adatto sia a capi invernali  che estivi.
Le fibre che lo costituiscono hanno un diametro variabile fra i 24 e i 60 micron e la loro lunghezza e lucentezza, simile a quelle della seta, fanno sì che tale lana sia utilizzata spesso per filati ad effetto garzato o mescolata ad altre fibre per migliorare la qualità del prodotto finito. Inoltre, il mohair può essere facilmente tinto in maniera uniforme e duratura, così da permettere la produzione anche di capi che molto si discostano dai colori originari di questa lana, quali color latte, marrone, rosato o nero.
Le capre d’Angora vengono tosate due volte l’anno: ad aprile, quando la fibra ha raggiunto anche i 120 mm di lunghezza, e a settembre. Le femmine producono lana di migliore qualità rispetto al maschio, ma è indubbiamente il Kid mohair, quello derivante dalla lana dei capretti di soli 6 mesi, ad essere il prodotto più fine (25-30 micron) e ricercato.
Quest’ultimo, essendo un filato più sottile e serico, somiglia molto ai capelli umani, tanto da esser anche utilizzato nell’industria dei giocattoli per la produzione di bambole o nella realizzazione di parrucche.
Il filato derivante dal vello delle capre adulte, meno fine ma molto più resistente è, invece, utilizzato soprattutto per produrre tappeti, arazzi, feltro o pellicce.
E’ da sottolineare che il termine “lana d’Angora” non si riferisce al mohair bensì a al filato derivante dalla lavorazione del pelo del coniglio omonimo.


MERINOS

La lana Merinos deriva dal pregiato vello prodotto dalla pecora omonima, l’ovino più diffuso al mondo. L’origine di questa razza è tuttora incerta, ma si presume essa fosse già conosciuta, come preziosa mutazione genetica, nell’antico Marocco da cui, nel dodicesimo secolo, alcuni soggetti furono introdotti in Spagna. E’ qui che la razza si radica e i suoi caratteri vengono fissati fino ad ottenere un animale la cui lana, caldissima e leggerissima, diviene non solo un’esclusiva del Paese che custodisce gelosamente l’allevamento di questi animali ma, soprattutto, del ricco clero che necessita di abiti di qualità, utilizzabili in tutte le stagioni.
Fino al XVII secolo la Spagna riesce a detenere l’esclusiva dell’allevamento della razza, addirittura protetta da leggi che prevedono la pena di morte per chi osa trafugare soggetti Merinos al di fuori dei confini del Paese.
Alla fine del settecento sono, però, gli stessi reali iberici a demolire il proprio monopolio, utilizzando numerosi capi Merinos come doni per altri regnanti europei ed esportando soggetti in America meridionale dove l’allevamento viene brillantemente sviluppato. Da questo momento la colonizzazione dell’Europa e non solo, da parte di questa specie ovina, preziosa quanto frugale ed adattabile, diviene imponente e rapidissima: Sassonia, Austria, Francia, Inghilterra, Russia ed Italia sono i primi Paesi ad allevarla in purezza e ad utilizzarla per il miglioramento delle razze autoctone.
La colonizzazione di Paesi molto più lontani ha poi permesso di tentare l’allevamento della Merinos anche in Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda. Proprio queste ultime due aree ospitano, ad oggi, gran parte della popolazione attuale, grazie al clima favorevole e agli ampi pascoli ideali per l’allevamento di questa razza.  In questi Paesi vengono periodicamente indette delle aste pubbliche i cui partecipanti provengono da tutto il mondo per acquistare la preziosa lana.
Quella Merinos viene, infatti, considerata la più pregiata lana di pecora al mondo, grazie soprattutto alla sottigliezza della sua fibra, che non supera i 60 micron e che la rende particolarmente adatta per la produzione di maglioni e completi di pregio. Questi ultimi, definiti familiarmente “fresco-lana” o “lana quattro stagioni”, sono particolarmente leggeri e, proprio per questo, adatti non solo a proteggere dai rigori dell’inverno, ma anche ad essere indossati nelle stagioni più calde.


ANGORA

La lana d’Angora, contrariamente a quanto si crede comunemente, non è il prodotto della lavorazione del vello della capra omonima, la cui lana viene definita Mohair, bensì quella del pelo di una particolare razza di conigli.
I conigli d’Angora, originari presumibilmente da una mutazione genetica avvenuta in Turchia, nascono ufficialmente come razza solamente nel 1723 in Francia (forse a causa delle importazioni britanniche), dove rapidamente vengono accuratamente selezionati ed “adottati” dalla nobiltà. Da qui l’allevamento si diffonde col tempo anche in altri Paesi e continenti, fino ad avere il suo apice attuale in Cina.
La caratteristica peculiare dei conigli d’Angora è di produrre un mantello morbido e setoso a cicli di tre mesi e non di uno, come accade, invece, per le altre razze; questo li rende produttori di un pelo che può raggiungere anche i 40 cm di lunghezza.
Tale pelo, morbido, finissimo (10-12 micron di diametro), lucente e scivoloso al tatto, risulta ben sei volte più caldo della comune lana di pecora.
Non essendo particolarmente resistente all’usura e ai lavaggi, viene solitamente miscelato con mohair, lana fine, alpaca e seta per dar corpo a filati pregiati utilizzati sia nella tessitura che nella maglieria. Solitamente la loro delicatezza e morbidezza li destinano all’abbigliamento femminile e infantile, oltre che alla creazione di una biancheria intima particolarmente calda e di calzetteria.
Questi conigli vengono tosati per la prima volta all’età di due mesi, quindi ogni tre mesi per una vita produttiva che si aggira attorno i dieci anni. Il mantello cresce abbondantissimo su tutto il corpo; ciuffi di pelo su orecchie, fronte, guance ed estremità degli arti caratterizzano le forme di questa razza. I migliori soggetti sono in grado di produrre fino a 300 grammi di lana ad ogni tosatura.
Il colore del mantello è varabile, anche se il bianco resta sempre il più ricercato.
La grande taglia e la necessità di essere spazzolati ogni giorno non rendono il coniglio d’Angora un animale comunemente allevato per la compagnia.


SETA

La seta è una fibra proteica prodotta dalle ghiandole salivari di un bruco appartenente alla specie Bombyx mori.
La produzione e lavorazione di questo filato è antichissima, secondo una leggenda cinese addirittura risalente al 2700 a.C. quando la sposa dell’Imperatore Huang Ti, una ragazza chiamata Hsi Ling-Shi, trovò per caso un bruco durante una sua passeggiata. Lo sfiorò ed esso produsse un filo di seta che l’imperatrice avvolse attorno al suo dito mano mano che veniva secreto. Questo indusse nella nobildonna una sensazione di calore che la convinse a rendere eruditi i tessitori di corte a proposito della peculiare fibra.
Da allora e forse, in realtà, da molti secoli prima, il successo della seta non ebbe più ostacoli e l’allevamento del baco che la produceva si diffuse rapidamente in tutta la Cina. Qui si cominciò a selezionarlo non solo per il fasto degli abiti destinati agli imperatori ma anche, col tempo, per diffondere il prezioso filato come prodotto finito dall’Oriente all’Occidente, seguendo la rotta commerciale che, dal suo nome, fu definita “La Via della Seta”.
Nonostante la manifattura dei capi in seta raggiungesse ben presto Giappone, Corea ed India, solamente intorno al 550 d.C. la conoscenza delle effettivi origini del filato furono svelate all’imperatore Giustiniano che si fece segretamente portare a Costantinopoli delle uova di bachi da seta da alcuni monaci. Secondo la leggenda costoro, per trafugarle dai confini cinesi, le avevano nascoste,  a rischio della propria vita, nel cavo dei propri bastoni.
Così, nei secoli successivi l’Europa acquisì la tecnica dell’allevamento di queste falene e l’Italia, fra il XII e il XII secolo, divenne la maggiore produttrice di filati serici.
Ad oggi sono la Cina e il Giappone a detenere il primato mondiale nella produzione di seta.
Come detto, “baco da seta” è un termine generico con cui vengono indicate le larve della falena Bombyx mori.
Esse nascono dalle uova prodotte dalla femmina adulta che muore subito dopo la loro deposizione. Lunghe alla nascita solamente 6 mm, esse cominciano subito a mangiare ininterrottamente le foglie della pianta del gelso (detta anche moro), incrementando straordinariamente il proprio peso e la propria lunghezza per raggiungere, in circa 4-6settimane e attraverso 4 stadi larvali, la considerevole lunghezza di  7,5 cm.
A questo stadio smettono improvvisamente di mangiare, cambiano colore e si attaccano ad un supporto per cominciare a tessere il bozzolo dove “impuparsi”.
La “tessitura” del bozzolo avviene grazie alla secrezione di un filo proteico ininterrotto, lungo anche fino a 2 km, da parte di ghiandole poste ai lati della bocca e dotate di aperture dette seritteri. Questa sottilissima bava a contatto con l’aria si solidifica e, con movimenti a 8 della testa del bruco va, nell’arco di 3-8 giorni, a costituire un bozzolo attorno all’animale, bozzolo composto da circa 20-30 strati concentrici di un unico,lunghissimo filo.
A questo punto, prima che si trasformi in crisalide e fori il bozzolo per uscire sottoforma di farfalla, l’allevatore deve uccidere la larva che, altrimenti, taglierebbe il filo di seta rendendolo pressoché inutilizzabile.
Le metodiche utilizzate per tale procedura sono molteplici, anche se solitamente si sfruttano le alte temperature.
Solo alcune larve vengono risparmiate per dar vita ad adulti da utilizzare nella riproduzione.
Dato che ogni filamento è costituito da due bavelle di una proteina detta fibroina, tenute insieme da una sostanza chiamata sericina, il bozzolo viene posto in acqua calda, fattore che determina lo scioglimento del “collante” e il miglioramento della lucentezza e della flessibilità della fibra.
Mani sapienti sapranno quindi cogliere il bandolo della matassa per svolgere il lunghissimo filo da inviare ai successivi trattamenti.
Generalmente da 100 kg di bozzoli si ottengono circa 20/25 kg di seta pura.
Il filato di seta, quindi, lucente, resistente e al tempo stesso elastico, dalla bellezza incomparabile, viene utilizzato per la produzione di molteplici tessuti, tutti evidentemente di gran pregio: cravatte, camicie, foulard, biancheria intima, tende e tappezzerie, fino a paramenti sacri e liturgici. Inoltre la seta, il cui valore non è ancora stato efficientemente sminuito da fibre sintetiche pur simili come il Rayon, è ampiamente utilizzata anche per il miglioramento di lana e altre fibre.
I tessuti di seta più famosi prendono diversi nomi; taffetà, chiffon, organza, raso, broccato, damasco sono tutti i prodotti della lavorazione di questa magnifica fibra naturale.



Fibre naturali di origine vegetale

COTONE

Il cotone è una fibra naturale vegetale derivante dalla particolare lavorazione dei semi di una pianta appartenente alla specie Gossypium, originaria del subcontinente indiano e delle regioni tropicali e subtropicali dell’Africa e delle Americhe.
Questa pianta e il suo peculiare utilizzo erano conosciuti sin dai tempi dell’antico Egitto, epoca cui risalgono geroglifici che descrivono le tecniche di realizzazione di tessuti a partire da questa fibra.
Nota in tempi remoti anche nell’America centro settentrionale, e fattore determinante la schiavitù della popolazione africana nelle grandi piantagioni, la produzione del cotone in queste aree subisce due grandi  crisi: durante la guerra di Secessione per la liberazione degli schiavi di colore e  nel 1929, contestualmente allo storico crollo dell’economia mondiale.
Ad oggi i maggiori produttori di cotone sono la Cina, gli Stati Uniti, il Pakistan, l’Uzbekistan e il Brasile.
L’Europa, fatta eccezione per il cotone prodotto in Grecia, Spagna e Bulgaria, è essenzialmente un continente importatore di quello che è considerato uno dei filati più economici, importanti ed utilizzati al mondo.

Pianta che in natura può raggiungere anche i due metri di altezza e vivere a lungo, il Gossypium è un arbusto annuale con un ciclo vegetativo di circa due mesi. Tipica dei climi caldi, per vivere e svilupparsi in maniera adeguata essa tipicamente necessita, oltre che di temperature medie piuttosto elevate, dell’alternarsi di periodi molto piovosi nella sua fase vegetativa e di giorni di siccità durante la maturazione delle capsule che contengono i semi.
Durante la stagione della semina, il seme del cotone viene disposto in file sui terreni arati. Da esso, dopo tre mesi, si svilupperanno arbusti di media altezza con steli recanti grandi fiori giallo pallido.  Terminata la sfioritura, comincia la maturazione del frutto all’interno delle capsule.
In questo periodo di maturazione, le capsule si accrescono e si induriscono, sviluppando al proprio interno moltissimi peli, definiti bambagia, che avvolgono strettamente  a spirale i semi.
Al raggiungimento della maturazione del frutto, questi filamenti sottili, bianchi, lunghi due o tre centimetri, si distendono lasciando scoppiare la capsula. E’ questo il momento della liberazione all’esterno della soffice bambagia che può essere raccolta.
La storia ci riporta la triste immagine di piantagioni di cotone con schiavi chinati nella raccolta di questi candidi fiocchi, lavoro durissimo ancora attuato nei Paesi del terzo mondo dove la manodopera è a basso costo. In Paesi sviluppati, invece, questa procedura è stata da tempo meccanizzata ed è effettuata con grosse macchine aspiratrici. Le capsule e la bambagia raccolte vengono accumulate insieme nel retro della macchina  e trasportate in stabilimenti deputati alla loro separazione.  La fibra, compressa in balle, sarà poi venduta alle industrie di filati.
La resa in fibra delle piantagioni è estremamente variabile, dai 20 ai 60 quintali ad ettaro.
Il cotone, a prescindere dalle diverse qualità, rimane senza dubbio uno dei filati più importanti al mondo, sia per la sua economicità, sia per la sua versatilità d’impiego. Igienico, ben tollerato dalla pelle e fresco, il filato di cotone è, così, usato per la produzione di biancheria intima e per la casa, camiceria, vestiti… senza considerare che la pianta che lo produce da vita a  molti altri prodotti quali olio, mangimi, cotone idrofilo, imbottiture, nitrocellulose, concime organico.


LINO

Il lino è una fibra vegetale dalla storia antichissima, le cui origini risalgono a popoli mediterranei quali Egizi, Fenici e Babilonesi che nelle loro tombe e nei loro monumenti ne documentarono ampiamente l’utilizzo.
Simbolo egiziano di divina purezza per il suo candore, questo tessuto raggiunse l’apice del successo in Europa nel medioevo, successo incontrastato dato che nemmeno l’introduzione del cotone, nel 1300 ad opera degli Arabi, riuscì a scalfire la sua fama di migliore fibra vegetale conosciuta.
Il lino viene prodotto a partire da una pianta, il Linum usitatissimum, a partire dalla parte interna della corteccia dove corrono, per ogni singola pianta, da 20 a circa 50 singole fibre incollate tra di loro da particolari sostanze.
Queste ultime possono essere decomposte grazie all’azione di vapore acqueo o speciali batteri, così da poter liberare le fibre. Segue un processo di frantumazione della parte legnosa per poterle estrarre e sottoporre ad una vera e propria pettinatura per separare quelle più lunghe da quelle corte e spezzate.
Mentre queste ultime, formando la cosiddetta stoppa, saranno destinate alla produzione di carta, spago e corde, le fibre più lunghe, di maggior pregio, sulla base della loro finezza saranno utilizzate per la realizzazione di pizzi, merletti, biancheria per la casa, abbigliamento maschile e femminile.
La pregiatezza di questa fibra, composta per il suo 70% di cellulosa, lunga fino a 30 mm e larga dai 20 ai 30 micron, è data in primis dalla  sensazione di incomparabile freschezza che lascia sulla pelle, fattore che rende il lino uno dei tessuti più ricercati dagli stilisti per la produzione di abiti estivi, sia maschili che femminili. E’, inoltre, una fibra estremamente resistente, che sembra non invecchiare mai, incapace com’è di produrre fastidiosi pelucchi dopo una lunga usura.
Addirittura, lavaggio dopo lavaggio, non solo non si rovina, ma tende a diventare sempre più morbido, senza deformarsi e, pur sgualcendosi facilmente, riprenderà rapidamente la propria piega semplicemente se sottoposto a vapore.
Per le sue proprietà insonorizzanti e antistatiche si sta addirittura affermando anche nell’architettura d’interni.
La pianta del lino è coltivata in Europa orientale, Russia, Brasile, Cina e Paesi Baltici, ma le produzioni di maggior qualità rimangono storicamente quelle francesi, belghe e olandesi.